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Alla Boston Marathon Adidas corre troppo e scivola sui ringraziamenti ai partecipanti “Congratulazioni, siete sopravvissuti”

Una DEM ti seppellirà, o forse no: “Siete sopravvissuti alla maratona!” –  Grazie, lo sapevamo già.

Rimarrà nella memoria dei maratoneti americani, ma non solo, l’infelice conclusione della maratona di Boston del 2017. A distanza di quattro anni dalla strage avvenuta proprio durante la celebre corsa, Adidas, sponsor ufficiale, chiude la Boston Marathon inviando una mail di congratulazioni ai partecipanti che sono “sopravvissuti”. Il sentiment che caratterizza le conversazioni intorno al tema è negativo per il 67% ma osservando i commenti al post di scuse su Twitter si nota con facilità la grande quantità di risposte in difesa del marchio. Le interazioni raggiungono quota 3.682 “mi piace” e 1.215 “retweet”, un numero alto per un tweet di questo genere, a differenza del numero dei commenti, “appena” 291. Nell’ambiente delle PR e dei comunicatori sono state spese parole circa la mancanza di uno studio, di un ragionamento, dietro la scelta dei termini. Come si può non soppesare attentamente ogni singola virgola di una DEM in un contesto delicato come quello di una corsa che ha subito un attacco terroristico? Decisamente diversi i commenti del mondo sportivo. Molti corridori, infatti, sostengono che il termine “sopravvissuti” (survived) sia d’uso comune in relazione alle corse di lunga distanza ed alle maratone in generale, giustificando quindi il brand. A condire il tutto, uno spiritoso (o forse no?) commento di confronto con il post di scuse della compagnia aerea United Airlines. Da parte sua, infatti, Adidas è corsa ai ripari nel miglior modo possibile: velocemente, pubblicamente e sinceramente. Il marchio ha puntato su una comunicazione emozionale, che attraverso parole scritte riuscisse a trasmettere l’immagine di qualcuno veramente dispiaciuto: leggendo le parole “incredibilmente” e “veramente” accostate a “sorry” o “apologize” (dispiaciuti) l’utente crede a quanto scritto. Un piccolo incidente reputazionale che, grazie al tempismo ed alla strategia di recovery, non durerà in eterno.

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20 aprile 2017

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Jake Tapper – CNN pizzica lo staff PR di Trump a copiare un comunicato stampa di ExxonMobil

Cosa succede quando la Casa Bianca emette un comunicato copiando quello di una compagnia petrolifera?

“Un bel patatrac” direbbero a Milano. È quanto accaduto ieri, quando un giornalista della CNN, Jake Tapper, ha segnalato dal suo account twitter la presenza di un passaggio identico tra il comunicato stampa emesso dalla White House e quello di ExxonMobil Corporation. Plagio, dal latino plagium – riduzione in schiavitù, oggi: appropriazione, tramite copia totale o parziale, della paternità di un’opera dell’ingegno altrui. Era dai tempi di Marziale (40-104 d.C.) che non si assisteva ad un caso tanto clamoroso. Non c’è dubbio, visto il tema dei relativi comunicati, che i contenuti potessero essere simili, perché quando si parla di un grande investimento su un territorio non c’è lobby che tenga, è prioritario per qualsiasi paese supportarlo anche a livello di comunicazione, ma uguali proprio no. La diretta conseguenza di un errore così grossolano è che le conversazioni sui social si siano spinte sulla fantapolitica e le lobby del petrolio (ricordiamo che il segretario di stato Rex Tillerson è anche l’ex CEO di ExxonMobil), sottolineando il  rapporto di collaborazione molto stretto tra Trump e le compagnie petrolifere del paese. Burattino? C’è chi lo pensa. Investitore? Naturalmente. Un doppio autogol, perciò, dovuto, questa volta bisogna sottolinearlo, a una grande mancanza di serietà professionale da parte del PR staff della Casa Bianca: com’è possibile che nessuno si sia preso la briga di scrivere di proprio pugno il comunicato? Perché un cut-and-paste (copia e incolla) privo di rielaborazioni, fatta eccezione per United States al posto di U.S. e la sparizione di “expansion” prima di “program”? E ancora, come mai nessuna comunicazione ufficiale o commento da parte della White House (esclusa la dichiarazione di Sean Spicer sui contatti tra la compagnia e il presidente)? La tempestività nei momenti di crisi è fondamentale, e, ormai, chiunque ne è a conoscenza. Forse, come ipotizzato, dietro c’è la volontà ferrea del presidente Trump, che sappiamo di animo agitato in queste settimane e, in generale, non particolarmente propenso al confronto. Inutile tirare dei giudizi sull’accaduto, meglio augurarsi che chi “firma” comunicati di questa portata possa trovare il corretto modo per ricostruire la propria reputazione perché in definitiva quale comunicatore non vorrebbe far parte di uno staff Presidenziale di quel livello?

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07 marzo 2017

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A San Valentino polemiche per le promozioni Keyaku e Media World per la festa degli innamorati

Per la gioia dei single di tutto il mondo, San Valentino è arrivato e con lui tutte le iniziative commerciali studiate dai marketer per l’occasione. Questa festa mette a dura prova gli specialisti della comunicazione e del marketing, sia in termini di creatività sia in termini di reputazione. Lo scivolone quest’anno è arrivato in anticipo, con l’iniziativa San Volantino promossa da Media World. “Finché tecnologia non vi separi” recita il manifesto, ma tra le condizioni si legge che la coppia in gara dovrà essere composta dal vincitore/vincitrice del concorso e da un partner “di sesso opposto al proprio”. Correre per amore? Se sei eterosessuale si e se sei Media World, e ti accorgi di aver commesso uno scivolone, correre ai ripari è il minimo. Anche se il post di scuse su Facebook non ha riscosso il successo sperato è pur sempre un segno di rispetto. L’anno scorso avremmo parlato di Epic Fail e ci avremmo riso sopra, oggi i consumatori si sono un po’ stufati di queste gaffe e cominciano a chiedersi se questi errori, per lo più banali e reiterati nel tempo, non siano invece parte integrata della strategia di comunicazione del brand. Dietrologia? Forse, ma sono molti i casi in cui ci si può interrogare in questo senso. Lo sa bene Keyaku, negozio di articoli elettronici e elettrodomestici di Cosenza, che ha voluto nuovamente cimentarsi in una campagna poco tradizionale per San Valentino: la città è stata infatti tappezzata di manifesti talmente “spinti” che il Sindaco Mario Occhiuto ha ordinato di eliminarli, visto che “per attirare l’attenzione dei clienti ci si può sempre rivolgere alle variegate e argute forme dell’intelligenza umana piuttosto che a quelle della volgarità che definisce la donna, ancora oggi, oggetto di possesso sessuale”. Ancora? Ancora, perché lo scorso anno, in occasione della festa della donna, avevano usato lo stesso stile, anche all’epoca erano state sollevate polemiche, alle quali, però, sembra siano sordi i responsabili creativi. Ci chiediamo ad esempio se IGNIS, storico brand italiano dell’elettrodomestico, ed oggi appartenente alla multinazionale Whirpool Corporation, non abbia preso posizione, perché in teoria i distributori dovrebbero fare approvare i contenuti promo pubblicitari che utilizzano i prodotti dei brand distribuiti. Certo, se Ignis non sapeva dell’iniziativa non può che aver subito dei danni da un simile posizionamento, per cui, a maggior ragione, un comunicato in cui dissociarsi probabilmente sarebbe stato d’uopo. Come combattere queste pratiche? Sembra infatti che le ricadute di queste strategie a livello di reputazione non siano poi così importanti e, soprattutto, spesso non incidano sul fatturato. Ecco dunque che, dalla mera attività di haters, si passa ad iniziative che partono sui social e poi sbarcano nel mondo reale, come il boicottaggio, ricordiamo il recente caso di Budweiser. Così la campagna di Pride Online, il magazine online del famoso mensile, parte dalla rete, promossa a colpi di hashtag #boicottamediaworld, e approda nei punti vendita della catena commerciale. Il risultato? Lo scopriremo a San Valentino, certo un’ipotetica azione di “boycott Mediaword” fa più rumore ed è mediaticamente più attrattivo di un “boycott Keyaku” ma avremmo preferito il secondo, perché tra i due scivoloni quello di Keyaku è reiterato, tutt’altro che creativo e da condannare senza se e senza ma.

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14 febbraio 2017

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Il tributo al 9/11 si ritorce contro Coca Cola

Martedì 13 settembre, Florida: in uno store Walmart un cliente si imbatte in una promozione commerciale e pubblica la foto su Twitter. Si tratta di una ricostruzione delle Torri Gemelle, con tanto di bandiera degli Stati Uniti alle spalle, realizzata utilizzando esclusivamente casse di Coca Cola (da notare il sottile riferimento a Ground Zero utilizzando per le torri esclusivamente casse di Coca Cola Zero). Dopo la pubblicazione, la foto è diventata virale (il post ha ottenuto 3.886 retweet e 6.140 like), scatenando tweet di sdegno nei quali Coca Cola e Walmart venivano accusate di speculare su una tragedia. Analizzando il fenomeno su Google Trends, si nota come le query associate alle parole “walmart coca cola” negli ultimi 7 giorni  siano state “walmart coca cola 9/11” e “walmart coca cola display” al primo e secondo posto, e come 3 argomenti correlati nei primi 6 riguardino l’11 settembre (“World Trade Center”, “Torre” e “Attentati dell’11 settembre 2001”). Per quanto riguarda Twitter, su un campione di 1.451 tweet proveniente da 1.343 utenti nell’ultima settimana, le parole “walmart coca cola” sono state associate quasi esclusivamente all’espressione 9/11 e sono state visualizzate da più di 26 milioni di persone. La strategia di recovery di Coca Cola é stata tempestiva: ha rilasciato una dichiarazione ufficiale di scuse attraverso Fortune e si è affrettata a rimuovere la promozione da Walmart mercoledì 14. La notizia è apparsa sulle riviste online più autorevoli, come il Time, Fortune stessa e Business Insider. Difficile capire chi tra le due multinazionali, per giunta quotate in borsa, abbia avuto l’ultima parola a proposito della decisione di fare una promozione del genere, certo è che utilizzare una commemorazione per pubblicizzare un prodotto è sempre molto rischioso, in quanto può colpire la sensibilità delle persone, scatenando crisi di reputazione sui social poi impossibili da arginare. In questi casi, prima di procedere, forse sarebbe opportuno chiedersi: si può commercializzare un prodotto utilizzando l’11 settembre e sperare che le cose vadano bene?

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16 settembre 2016

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Kevin Roberts di Saatchi & Saatchi chiude con la peggiore delle campagne. Uno schiaffo alle donne in carriera!

Kevin Roberts alla fine si è dimesso dalla carica di Presidente di Saatchi & Saatchi, a seguito di un’intervista rilasciata a Business Insider nella quale dichiarava che il problema dell’assenza delle donne nei CEO delle agenzie di advertising fosse un finto problema. Secondo Roberts, infatti, la presenza esigua del gentil sesso nei board dirigenziali sarebbe legata a una scelta personale, quella di dare priorità alla famiglia piuttosto che al lavoro. Apriti cielo. L’intervista ha scatenato una rivolta mediatica di ampie proporzioni ed è stata denunciata dal Financial Times: dal 27 luglio ad oggi i tweet con l’hashtag #KevinRoberts o con la presenza del nome e cognome dell’ormai ex Presidente di Saatchi & Saatchi al loro interno sono stati visualizzati da 3.105.458 persone, un numero di volte pari a 4.362.443. Dopo l’analisi di un campione di 627 post provenienti da 520 utenti diversi nell’arco degli ultimi 9 giorni, emerge che gli hashtag più utilizzati riguardano l’uguaglianza di genere: #genderequality, #genderdiversity, #sexism; ci sono poi anche quelli più comuni, come #leadership e #women.  Commenti illustri sono arrivati da Cindy Gallop (il suo TEDTalk “Make Love Not Porn” è stato uno dei più discussi alla conferenza TED del 2009) e da Jonathan Mildenhall, Chief Marketing Officer di Airbnb: tweet di sdegno attraverso i quali i due, insieme a tanti altri, si chiedono come sia possibile che Roberts abbia fatto determinate dichiarazioni. C’è da dire che lo stesso Roberts nella lettera di dimissioni si è scusato per aver fatto determinati commenti e per aver recato imbarazzo alla società che dirigeva. Scuse dovute non c’e ombra di dubbio. Quel che è certo è che il tema della parità dei sessi, soprattutto nel mondo della comunicazione, è un topic molto delicato e sentito tanto che al Festival della Creatività di Cannes hanno dedicato un apposito premio, i Glass Lions, e parlarne apertamente in questi termini non sembra essere stata una scelta lungimirante. E’ vero, Kevin Roberts davanti aveva comunque la pensione ma così oltre ad aver dissolto in 5 minuti di follia  la reputazione costruita in anni di onorata carriera, ha rischiato di minare gravemente quella di Publicis, per giunta quotata in borsa.

 

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15 agosto 2016

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Io Donna ne fa una questione di shorts.. noi di reputazione

Tutto ha avuto inizio quando Io Donna, settimanale del Corriere della Sera, ha pubblicato una foto sul suo sito web con il figlio di David Beckham, Brooklyn, e la fidanzata Chloe Moretz, mano nella mano. A corollario della foto appariva la didascalia  “L’attrice non si separa mai dagli shorts. Peccato non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura”. Quello che voleva essere un commento ironico ha invece innescato un vespaio sui social, con celebrità e gente più o meno nota pronta a difendere i diritti delle donne contro quello che è a tutti gli effetti un autogol clamoroso. Un fenomeno che ha avuto sfogo trasversalmente su tutti i social più importanti, con cinguettii e post al veleno che hanno riscosso un clamore mediatico notevole: tra gli altri hanno espresso il loro disappunto l’account ufficiale di Miss Italia, la giornalista de Il Fatto Elisa D’Ospina (il suo post su Instagram è stato il più apprezzato con 1.101 like), la co-conduttrice di TvTalk Cinzia Bancone (322 retweet e 532 like il suo post su Twitter), la fashion blogger Martina Calabresi e Selvaggia Lucarelli, che ha raccolto più di 10mila like e 849 commenti su Facebook: tutte unite al grido di #IODONNACONGLISHORTS, #bodyshaming e #curvy. Un attacco al quale IoDonna ha reagito goffamente, prima cambiando la didascalia in “L’attrice non si separa mai neppure dagli shorts. Esibiti con disinvoltura ovunque. Con troppa disinvoltura”, poi giustificandosi con un post ufficiale su Facebook nel quale si sottolineava che il commento voleva essere un giudizio solo sul look della Moretz. Una strategia di recovery che ci ha lasciato un po’ interdetti, considerato soprattutto che non sono ancora arrivate delle scuse, ma solo un tentativo di giustificare le affermazioni precedenti.  Dal punto di vista della reputazione il settimanale che è da sempre dalla parte delle donne, avrebbe avuto tutto da guadagnare se avesse utilizzato una strategia differente proprio per questo suo posizionamento distintivo. Al contrario la testata Vanity Fair, incappata nello stesso problema ha prontamente reagito con il direttore Luca Dini che dopo aver corretto prontamente l’errore, si e’ scusato per la cattiva gestione della “notizia”. Stesso problema, due modi di agire totalmente diversi.

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10 agosto 2016

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