L’episodio risale a poco più di un mese fa. Iacopo Melio, blogger ventiduenne con disabilità, risponde a un tweet di Maria Chiara Carrozza, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca lanciando #vorreiprendereiltreno, hashtag che genera oltre 8.000 tweet in pochissimo tempo.
Al ministro che prende il treno per andare a tenere una lezione e lo comunica sottintendendo la virtuosità di questo comportamento (niente auto blu che sgommano, quindi, magari anche con le sirene in funzione), Iacopo risponde con un educato condizionale, esprimendo con ironia il suo desiderio di normalità, raccontato in un successivo post sul suo blog. Senza mezzi facilmente agibili (treni, ma anche autobus) non ci sono spostamenti e se non ci sono spostamenti non ci sono neanche incontri romantici, per cui Iacopo si vede costretto a rimanere single a vita.

Un modo laterale di parlare di disabilità, ma che tocca il nucleo centrale del discorso: le barriere materiali sono un problema, ma non sono gli unici ostacoli, anzi. Il vero ostacolo è quella barriera culturale che trasforma la “persona con disabilità” in un “disabile”; all’apparenza, solo un piccolo slittamento linguistico ma, anche se non si è ossessionati dal politically correct, non si può non notare che nel passaggio da una forma all’altra è andata persa la sostanza: la “persona”, appunto. Il disabile diventa così un’icona, un pittogramma (la carrozzina!) e sembra cementato a vita in un unico ruolo. Se il suo è quindi un problema fisico, per risolverlo basterà rimuovere quelle barriere fisiche che ne ostacolano i movimenti.
E infatti di queste e solo di queste parla la lettera inviata dalle Ferrovie dello Stato a Iacopo Melio, dove sono enumerati tutti gli interventi fatti (e in corso) per risolvere – appunto – il problema “materiale”.
Eppure sarebbe bastato leggere più attentamente i tweet, il post e le successive dichiarazioni di Iacopo per capirne il senso: “Un paese che non abbatte le barriere sociali non è un paese civile”. E ancora: “Prendendo l’esempio dei mezzi pubblici, raramente attrezzati e per questo simbolo delle nostre ‘barriere’, non ho mai pensato in termini di ‘Sono disabile, quindi devono trovare un modo per farmi entrare in un negozio o salire su un treno…’ ma come ‘Tutti devono poter entrare in un negozio o salire su un treno’”.

In parallelo, voglio citare il blog “Ironicamente diversi” della psicologa Angela Gambirasio, autrice anche del volume “Mi girano le ruote” (ho trovato I riferimenti nel blog DIS.AMB.IGUANDO di Giovanna Cosenza). Lì sono citate alcune (brutte) campagne pubblicitarie sulla sicurezza stradale in cui la sedia a rotelle viene utilizzata come un monito minaccioso, perché la disabilità deve
far più paura della morte stessa.
Colpa dei creativi, come dice la Gambirasio, che – per ridicolizzare la categoria di cui anch’io faccio parte – ha realizzato delle contro-campagne “ironicamente diverse”? Forse sì, nel senso che, come quasi tutti, neanche loro si sottraggono al pregiudizio culturale comune per cui la persona con disabilità, in sintesi, è quella cosa lì: una carrozzina che non riesce salire sui treni o a scendere dai marciapiedi. La persona letteralmente non c’è (in un annuncio che viene mostrato e parodiato) o è una sagoma anonima inquadrata di spalle (in un’altra campagna).
Allora, se volessimo finalmente rimodulare il discorso centrandolo finalmente sulla persona, forse si potrebbe essere ancora più ironici, quasi acidi, come nello spot realizzato nel 2003 (più di dieci anni fa!) dai creativi di Leo Burnett Bruxelles, dove una persona dice cose disgustose seduta a tavola con i suoi colleghi di lavoro; solo alla fine si scopre che il protagonista in realtà è seduto su una carrozzina. “Quest’uomo è una persona disabile – dice lo speaker fuori campo dello spot – Ma, soprattutto, quest’uomo è uno stronzo. I disabili sono uomini e donne come chiunque altro”.

Nel frattempo, in attesa di una nuova cultura e di nuovi linguaggi, ci auguriamo almeno che tutto quanto dichiarato dalle FFSS diventi presto realtà, considerando anche che un nuovo amministratore delegato si è insediato alla loro guida circa un mese prima dell’episodio che ha fatto conoscere Iacopo Melio a un pubblico più vasto. In caso contrario, conterei molto sul fatto che a fine mandato l’AD non si portasse a casa la stessa liquidazione del suo predecessore. Usando un altro condizionale, quello del “Bartleby” di Melville, “preferirei di no”.

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