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Recentemente la Food Babe, meglio conosciuta come Vani Hari, è ripartita all’attacco con la sua lotta contro i colossi alimentari. La food blogger, diventata famosa grazie alla sua insaziabile curiosità e alla sue continue proteste conto i cibi geneticamente modificati, è conosciuta in tutto il mondo ed è considerata la porta voce del mangiar sano. Vittime della sua ultima battaglia troviamo Anheauser- Busch e Miller Coors, colossi della produzione di birra e aziende madre di prodotti come Budweiser e  Corona. Vani Hari ha chiesto all’aziende creatrici di miti emozionali come “This Bud’s for you” e “Change your Lattitude” di rendere pubblici gli ingredienti contenuti nelle loro birre, ed eventuali additivi inclusi nei processi di conservazione. Una semplice richiesta che in verità nasconde una base fondamentale nella strategia di Vani Hari: allontanare i colossi dell’industria food & bevarages dalla loro fantomatica brand reputation e riportarli verso il consumatore attraverso la loro product reputation.

Negli ultimi 50 anni i brand di questa industria e specialmente i produttori di birra per differenziarsi si sono celati dietro la creazione di miti emotivi, non è a caso che Budweiser e Corona sono scelte dalla maggior parte dei consumatori non solo per il loro gusto superiore ma per quello che rappresentano, ovvero per la reputazione che si sono create. Per anni i brand hanno cavalcato l’onda dell’emotività per attirare il consumatore, ma la Food Babe ha iniziato a mettere uno stop chiedendo ai colossi di tornare agli ingredienti, al prodotto e vedere se veramente si meritano la reputazione che si sono creati.  La richiesta della food blogger, ha subito fatto partire la sua #foodbabearmy, che nel giro di un paio di giorni ha raccolto più di 40 mila firme. A questa petizione i due colossi si sono mossi, chi più velocemente e chi meno, come Anheaiser-Busch che ha, furbamente,  risposto nel giro di poco tempo rilasciando la lista degli ingredienti sul suo sito, dichiarando di voler venire incontro alle richieste dei loro consumatori. Invece, Miller Coors si è mosso diversamente, con più lentezza e meno disponibilità, ma ha comunque (quasi) soddisfatto la richiesta della guerriera. A quanto pare però, Anheaiser-Busch ha capito veramente come funziona il business, e che per mantenere la sua brand reputation se la deve meritare, e per meritarsela deve tornare agli ingredienti.

Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ci sono produttori di birra, e non solo, che la loro reputazione se la sono meritata creando un mito che va oltre l’emotività. Il caso più famoso è quello di Guinness che per anni si è diversificata dalle altre birre, non solo per il gusto notevolmente distinto, ma la differenza nel DNA che il brand ha costruito. La famosa birra irlandese da sempre ha cercato di crearsi una reputazione di “birra diversa”, spesso supportata dalle sue varie campagne come “Made of More” con Cloud e Basketball. A differenza dei suoi competitors non è partita attaccandosi all’emotività del consumatore ma ci è arrivata dopo essersi assodata nel mercato. Basando così la sua immagine oltre la “fragile” emotività del consumatore e fondandosi sulla product reputation attraverso i suoi ingredienti diversi.

Va detto che in molti si stanno rendendo conto di questa necessità di tornare agli ingredienti, come per esempio il famoso marchio di gelati Ben & Jerry’s che ha recentemente dovuto aggiungere al suo cimitero dei gelati il gusto Coffee Health Bar Crunch perché prodotto con ingredienti geneticamente modificati. Un passo senza sollecitazione, avvenuto a seguito di nuove politiche aziendali,  che renderebbe la grintosa guerriera particolarmente fiera, specialmente considerando che il famoso produttore di gelati fa parte del gruppo Unilever.

Sicuramente un possibile spunto per Vani Hari che ha promesso di non fermarsi nella sua crociata per cibi sani. Non mancheranno in futuro altre richieste di ingredienti o chiarimenti di processi da parte della Food Babe, ma nonostante la sua insaziabile curiosità va riconosciuto che la sua richiesta di analisi degli elementi dei prodotti, in verità nasconde un invito più profondo, quello di mettersi in gioco e dimostrare che il nome vale il prodotto. Per chi accetterà la sfida il premio avrà un valore inestimabile, una brand reputation quasi indistruttibile. Per chi invece non si metterà in gioco dovrà comunque rispondere in un’altra maniera.

 

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