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Vodafone e la tigre aggggressive con 4 G

Puoi anche chiamarti Bruce Willis ed essere una star degli action movie americani, ma dare cazzotti in un film o saltare da un grattacielo e apparire in una pubblicità mentre colpisci con un cerchione una tigre non sono proprio la stessa cosa. Sì, perché è notizia recente quella della protesta animalista nei confronti di Vodafone, che ha assunto l’attore americano come testimonial italiano per una serie di spot per la televisione. Una protesta di Centopercentoanimalisti, nata da una presa di posizione forte, quella che si scaglia contro un tipo di comunicazione che diffonde messaggi negativi e per nulla tolleranti nei confronti degli esseri viventi. Uno spot discutibile che usa il mezzo televisivo per inviare messaggi poco etici. Eppure Vodafone sembra non sentirci, e dopo lo striscione affisso al Vodafone Village di Milano ha subito nella notte tra il 27 e il 28 ottobre azioni di vandalismo sulle vetrine e sui muri dei principali Vodafone store di Padova. In un particolare momento storico come questo, in cui i leoni addirittura hanno un nome di battesimo e non ci si può fidare nemmeno dei dentisti, la scelta di Vodafone di legarsi alla rappresentazione di una violenza inflitta ad un animale in via di estinzione è così utile? Siamo nella sfera dei “brand aggggressive” con 4 G.

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03 novembre 2015

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Pennetta “Pasta” e “Da Vinci Code”. Gli US Open a lezione d’Italiano

Sono tantissimi i casi di epic fail sui social. Alcuni sono clamorosi, altri sono casuali, altri infine sono semplicemente di cattivo gusto, anche se in buona fede. Quel che è certo è che mai ci saremmo aspettati di vedere sull’account ufficiale degli US Open di Tennis i nomi delle nostre atlete storpiate da giochi di parole che sfiorano il commento razzista: Pennetta “Pasta” e “Da Vinci Code”. Memori di una lunga lotta volta a difendere il nome del popolo italiano da stereotipi ormai strabusati, non perdoniamo all’account americano l’accaduto perché tutto sembra essere, escluso una casualità. E’evidente che dietro ci sia stata una “sapiente regia” dal punto di vista della proposizione dei contenuti ed è altrettanto evidente che  il “content provider” non sembra aver proprio digerito la sconfitta della Williams in semifinale  tanto da rispolverare statistiche del passato con l’obiettivo di rinvigorire la propria posizione e quella della tennista americana (come se ce ne fosse bisogno) agli occhi di italiani e non, facendo presente che mentre il duo pugliese vinceva il campionato junior a Parigi, Serena si portava a casa, nello stesso anno, la prima vittoria agli Us Open. Lo sconcerto non si ferma qui, l’account non si è scusato dell’accaduto, per altro reiterato, ma ha continuato a twittare non curandosi delle risposte indignate degli utenti, per altro anche americani. Non c’è davvero mai fine al peggio ma questo quadro pittoresco ci restituisce alcune regole d’oro su come “non utilizzare” twitter forzandone il ruolo … è un canale social …. ace.

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22 settembre 2015

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Ignazio Marino e la droga che fa bene: dichiarazioni in leggerezza e la reputazione si appesantisce

E’ bastata una dichiarazione rilasciata dal sindaco di Roma Ignazio Marino  alla trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora” su Radio2  per innalzare un polverone mediatico, che ha rischiato di seppellirlo. Il politico ha parlato della droga, ne ha decantato l’incredibile fascino sugli uomini e ha preso come esempio un idolo della musica mondiale, celebre utilizzatore di droghe, per ribadire quell’attrazione fatale che esse hanno sull’uomo, in certi casi motivato dalla grandezza delle figure che ne fanno uso.

“Sono fortemente attratto da qualsiasi sostanza stupefacente, ma non ne ho mai utilizzata nessuna perché ho paura da un punto di vista medico… Quando abbiamo avuto in città i Rolling Stones, vedendo il batterista a quasi 75 anni suonare senza interruzione con un’energia incredibile diventa poi difficile spiegare ai tuoi figli che non devono utilizzare sostanze…”
Le parole escono generose dalle bocche degli uomini pubblici che spesso sembrano non considerarne il peso. La prima frase, se potessimo pesarla,  rasenterebbe i quintali. Ignazio Marino, parafrasando, dice: la droga è attraente ma, essendo medico, l’ho sempre evitata. Eppure basta guardare l’energia del settantacinquenne batterista dei Rolling Stones per essere incapaci a dire ai propri figli che drogarsi non è una buona idea.
Un momento delicato per il sindaco, che aveva appena annunciato la sua possibile ricandidatura e aveva accettato di intervenire per discutere dei Fori Imperiali, del progetto del taxi unico e dei provvedimenti in materia di sicurezza a Roma. Forse la trasmissione eserciterà un certo fascino, dato che in una puntata precedente un altro grande della nostra televisione, Paolo Bonolis, aveva parlato di droga, questa volta per confessare un episodio giovanile da cui trarre un insegnamento per la vita.

Le reazioni sono state violentissime; si sono abbattute piogge di critiche, su Twitter sotto l’hashtag dedicatogli #marinodimettiti e su Facebook attraverso interventi come quello di Giorgia Meloni, che ha invitato il primo cittadino della capitale a raccontare al proprio figlio di “Kurt Kobain, che si e’ sparato in faccia a 27 anni, o di Jimi Hendrix e Janis Joplin, morti di overdose sempre a 27 anni. Racconta a tuo figlio che la droga non produce talento, lo uccide. Esattamente come la superficialità per un politico. Non produce consenso, lo uccide”. Lo staff personale ha visto bene di replicare in questo modo: “Marino ha salvato tante vite umane, anche di tossicodipendenti”. Di male in peggio; come dire: chi è cascato nel vortice della droga sa che il sindaco di Roma, che ne ha appena rilevato il fascino irresistibile,  è un buon medico.

Una cosa è certa, Ignazio Marino, il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, il Presidente della FIGC Carlo Tavecchio e perfino uno sconosciuto marchio di moda nella propria campagna pubblicitaria si sono espressi così, come si può parlare al Bar sport, dimenticandosi drammaticamente di quello che diceva il filosofo Gorgia: “la parola è un gran signore, che con piccolissimo corpo e del tutto invisibile, sa compiere divinissime cose.”  Quella che è stata definita da tutti i giornali una gaffe imbarazzante e che alcuni hanno voluto mascherare sotto il velo del tono ironico del sindaco di Roma, suggerisce almeno un grande tema su cui riflettere.

Ma gli algoritmi di Google valorizzeranno mai pensieri e parole di valore? E chi ricopre ruoli istituzionali, quanto è consapevole della serie infinita di effetti a catena che ogni singola parola può innescare, e quanto di questa eventuale consapevolezza diventa malizia?

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15 ottobre 2014

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La Barbie Madonna creata dall’arte e lasciata sola da Mattel

Guai in casa Mattel. La bambola più scandalosa di sempre, l’icona di falsa bellezza e artificio estetico, esempio di perfezione considerato dai detrattori dannoso per le piccole consumatrici, torna a fare parlare di sé. E lo fa attraverso la provocazione di due artisti argentini che ne hanno abbigliato il sinuoso corpo con mise sacrali considerate profane dalla Sir, l’agenzia dei vescovi, che ha contestato duramente la Barbie Madonna: “La religione è davvero così di plastica che si può ridurre la devozione a oggettistica?”.Dopo il modello diversamente abile in carrozzina e quello orfana, ci mancava quest’ultima versione. Opera artistica e impertinente, non c’entra nulla con i produttori di giocattoli e non finirà negli scaffali. Ma in questi casi come dovrebbe muoversi un’azienda a cui l’alibi dell’arte pesta la reputazione? L’oggetto del dibattito è per storia fin troppo abusato: dall’essere messo al bando come simbolo di educazione infantile e immaginazione distorta associabile ai disturbi alimentari, ad emblema di canoni e di una visione assolutista della bellezza vista da occhi maschili, è stato palleggiato fino a diventare argomento sdoganato e imitato da chiunque. Se però molto spesso alle gambe lunghe e a quella testa ossigenata si è perdonato di tutto, l’accostamento alla sfera religiosa risulta più difficile da digerire.

La linea di Mattel finora è stata l’indifferenza, al momento l’azienda produttrice di giovani donne in miniatura infatti ha preferito non intervenire attivamente ed evitare la diffusione di un comunicato stampa. Ma possono bastare un’immagine solida e una popolarità affermata da decenni per restare in silenzio? Se a lungo andare la provocazione creativa lascia il posto nei pensieri al solo oggetto divinamente conciato, il rischio di sovrapposizione e confusione nel rapporto con la clientela non diventa elevato?

Mattel e tutti i brand che curano la fantasia dei più piccoli dovrebbero tutelarsi su ogni fronte, se lo scopo oltre al profitto nelle vendite è di stazionare nell’immaginario collettivo di milioni di bambini con principi educativi (giocare con simboli religiosi lo è?) che non si fermino ad una sola generazione, ma proseguano nel tempo. I consumer di ieri nel frattempo saranno diventati grandi, e allora a quel punto sarà interessante osservare su di loro gli effetti delle strategie di comunicazione. Mentre nuovi innocenti consumatori saranno pronti a intraprendere e interpretare il cammino del gioco, curioso e sorprendente quanto quello del marketing.

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09 ottobre 2014

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American Apparel e il polverone del 4 luglio: la storia americana dimenticata dai Millennial?

L’Indipendence Day è una ricorrenza solenne che l’America celebra con mega raduni di famiglia, barbecue, parate e fuochi d’artificio. Per le strade sfilate di carri e bande musicali fanno da sfondo al profumo di bistecche alla brace dei giardini, mentre sui cieli si alternano giochi di luce e danze pirotecniche.
Le immagini spettacolari della festa passano “on air” anche sui social, e al content manager di American Apparel, noto brand americano di abbigliamento, lo scorso 4 luglio scappa una dedica frettolosa.
Su Tumblr viene pubblicata la foto di maestosi avvitamenti di fumo tra le nuvole, che purtroppo però altro non sono che il risultato dell’esplosione di un’astronave, lo Shuttle Challenger in cui nel 1986 persero la vita 7 persone. Tragedia ancora stampata nella memoria di coloro che all’istante riconoscono il cattivo gusto di un errore dovuto, nel giorno dell’indipendenza, all’autonomia di una scelta avventata.

Nel gestire un profilo seguito da migliaia di utenti c’è un potere esaltante non sempre facile da tenere a bada, una sorta di fascino monarchico della comunicazione che sempre più spesso cade vittima del rispetto assoluto del tempo reale e dell’istinto a premere a raffica più “post it” possibili. Produrre sempre e comunque a discapito della qualità, è il rischio che si corre. Com’è capitato recentemente a Delta, che in occasione dei mondiali di calcio per cavalcare l’euforia della vittoria USA sul Ghana ha accidentalmente scelto la Statua della libertà e la giraffa come simboli dei due paesi, ignorando che l’animale abiti tutt’altri territori.

La messa alle strette, il dover presidiare tutti i canali ed essere sempre pronti ad attirare l’attenzione, senza scendere mai sotto il livello di engagement stabilito, possono comportare un’ansia da prestazione e una superficialità nell’approccio da parte delle mani più inesperte.

Inoltre si ricade nell’ormai annosa questione, ovvero se malgrado l’overdose di materiale a disposizione, la storia non stia affondando nell’oceano di contenuti nel quale sguazziamo e se i millennial resettino con maggiore facilità o non recepiscano affatto alcune informazioni. American Apparel è un marchio giovanissimo, stravagante, perfetto rappresentante della generazione M. La stessa che però, in alcune battute sulla pagina incriminata, ci tiene a prendere le distanze dalla mancata conoscenza della storia americana e da un’ignoranza che forse è semplicemente caratteristica senza tempo e senz’età.
Quel che è certo, è che i passi falsi sul web rimangono sempre ben scolpiti e a lungo termine nella reputazione dei brand, anche nel riciclaggio continuo di epic fail ed epic win.

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24 luglio 2014

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Denghiu Matteo: su Youtube l’ironia impazza e rende grazie all’inglese di Renzi

Lo aveva accennato con un breve intervento lo scorso maggio al Bologna Center, e forse finora non era capitata la vera occasione per cui si dovesse fare a meno della traduzione simultanea. Il banco di prova più atteso dagli attenti esaminatori delle doti da comunicatore di Matteo Renzi è arrivato: la prova di lingue.
In occasione del “Digital Venice”, il meeting dedicato alle politiche per l’agenda digitale, si è svolto il primo orale d’inglese del Premier. Mezz’ora di discorso, in cui non è parso spedito come al solito nello sfoggiare aforismi e slogan ottimistici sul futuro dell’Italia. Immediate le parodie esplose sulla rete, su tutte quella di TheMattyXz (oltre 220.000 visualizzazioni in quattro giorni), che ha riscritto il discorso del leader ponendo l’accento sulle espressioni più cariche di consonanti fiorentine; e Giacomo alias Valigia blu, che ha reinterpretato la performance con una gestualità teatrale devota al mattatore Gassman, visualizzata da 28.000 utenti.
Il rapporto della classe politica con le sonorità e le flessioni grammaticali anglosassoni è sempre stato turbolento. Come dimenticare le conversazioni di Silvio Berlusconi con l’amico G.W.Bush o il video messaggio record di Francesco Rutelli (344.000 views), che da Ministro dei Beni Culturali invitava i turisti a “Pliiis visit Italy”. I discorsi istituzionali dei nostri rappresentanti hanno spesso acuito un effetto di ironico sberleffo all’estero, rendendo inevitabile l’accostamento ai grandi comici del cinema italiano, dal Sordi di “Un americano a Roma” al Principe De Curtis in cerca di indicazioni stradali in “Totò, Peppino e la Malafemmina”, e impedendo di staccarci di dosso quell’aura di simpatici cialtroni che ci trasciniamo per tradizione.
Nel restyling d’immagine e reputazione internazionale compiuto dal Governo di Matteo Renzi, è tornato lo storytelling in versione social e sono finalmente tornati al centro valori un po’ appannati. Solo pochi giorni fa il discorso su “orgoglio e coraggio” per l’inaugurazione del semestre di presidenza italiana dell’Ue , esposto in quel caso con la disinvoltura della lingua madre e addirittura a braccio con la scaletta organizzata per Tweet, era stato applaudito all’unanimità dal parterre europeo. Forse un comunicatore che basa il carisma su un solido attaccamento alla storia e cultura della propria terra, finisce per restare schiavo di un’arte oratoria sì accattivante, affabulatrice, ma ancorata ad un vocabolario troppo articolato e personale per traslarsi in un altro alfabeto. Questione percettiva che pone interrogativi sul livello di preparazione di un leader oggi in uno scenario globale, sempre più dinamico e competitivo, e sulla forma espressiva che rende ancora una volta protagonisti indiscussi. Ma fino a che punto basteranno le idee, seppur mal pronunciate, a salvare l’Europa?

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15 luglio 2014

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