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Guai in vista per la reputazione di Zara

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Accuse gravissime che, se confermate, potrebbero creare non pochi problemi all’impero del miliardario spagnolo Amancio Ortega – e alla reputazione di  Zara.
I vertici dell’Ong argentina La Alemada hanno infatti denunciato alle autorità argentine le condizioni di lavoro dei dipendenti –alcuni ancora bambini- in tre fabbriche del noto marchio spagnolo. Una crisi in piena regola, che porterà sicuramente conseguenze sull’atteggiamento dell’opinione pubblica e del Mercato verso il brand: lo sfruttamento del lavoro e il lavoro minorile rappresentano infatti tematiche in grado di infiammare il dibattito anche a livello mediatico.
In attesa che le indagini proseguano l’azienda si è chiusa in un sordo “no comment”:  nella press room del Gruppo Inditex, a cui fa capo anche Zara, non appare nessun statement ufficiale. Qualora le accuse fossero confermate, è difficile pronunciarsi sull’evoluzione che avrà la vicenda, e sulle ricadute sull’immagine e sulla reputazione del brand. Di certo, quello che Zara non potrà che evitare è un atteggiamento poco chiaro nei confronti dei propri consumatori e, azzarderemmo, di tutti gli stakeholder. Dimostrandosi, all’opposto, estremamente trasparente. Minimizzare i fatti e scaricare le colpe, infatti, in alcune occasioni, può rivelarsi estremamente controproducente, perché espone l’azienda al rischio di essere smascherata. Così com’è accaduto a NIKE nel 2000. Tredici anni fa, infatti, la multinazionale fu accusata di sfruttamento del lavoro minorile in Cambogia. Inizialmente l’azienda negò ogni accusa, dichiarando che impiegava solo ragazze sopra i 16 anni. Ma un’inchiesta di una tv americana smentì la multinazionale, filmando le fabbriche dove lavoravano eserciti di bambine. All’epoca la vicenda fu un duro colpo per l’immagine, per la reputazione e per la business continuity della NIKE, superata negli anni, solo grazie ad un maggiore controllo dei processi e dei fornitori, e ad un importante lavoro di revisione strategica sugli asset tangibili e intangibili corporate, di brand e di prodotto. Revisione, a cui ha peraltro contribuito anche Pierdonato Vercellone un fior di professionista Made in Italy che ai tempi era il Direttore della Comunicazione della multinazionale col baffo.

Oggi, grazie a quel cambio di rotta, i cosiddetti teens, che sono al contrario coinvolti dalle campagne NIKE di responsabilità sociale e iniziative di comunicazione e di sensibilizzazione a favore dell’infanzia, non associano nemmeno più al colosso americano dell’abbigliamento le immagini dei bambini sfruttati nel sud est asiatico e delle contestazioni del movimento no-global.

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